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La missione ha molteplici volti ed apre cammini impensati per chi sa affidarsi. Vi invito a leggere la testimonianza di Sr. Annarosa, orsolina, destinata in Mozambico, che nell'ottobre 2006 è stata mia compagna di corso al CUM di Verona. Vi giro il suo racconto perché penso sia una bellissima testimonianza di vita nel segno dell'ottimismo, della forza di volontà e - non da ultimo - della fede. La capacità di trasformare un'esperienza di dolore in ringraziamento non è da tutti... per questo mi sento fortunata per aver condiviso il mio cammino di preparazione alla missione con una persona così. Spero che la sua esperienza possa essere d'esempio anche a voi.
Daniela
Anche la malattia è grazia...
E' il 31 gennaio 2006: l'aereo atterra a Beira ed io mi trovo in Mozambico, un mondo tutto da scoprire! Arrivano le suore che mi accompagneranno nella mia nuova comunità: Gondola. Il viaggio in macchina è di tre ore e mi fa nascere dentro tanta curiosità: come è possibile che nel terzo millennio ci siano persone che vivono in abitazioni così miserabili e malsane? Vedo bambini che saltano dentro le pozzanghere come unico divertimento; ne vedo altri giocare con macchinine fatte con lattine vuote...; altri ancora che corrono col copertone che hanno avuto la fortuna di trovare lungo la strada. Mi sorprendono le loro grida festose che esprimono soddisfazione per quei "tesori".
Passa qualche settimana, dentro di me si accende il desiderio di incontrare la gente. La mia attenzione va soprattutto ai molti bambini che vedo passare davanti alla nostra casa. Mi fermo con loro per capire cosa stanno imparando a scuola: i loro quaderni sono quasi vuoti, dopo due mesi non hanno ancora appreso i primi elementi della lettura e della scrittura. Mi viene un'idea: propongo loro un corso di alfabetizzazione, ricavando uno spazio nella nostra casa. Arrivano bambini con competenze diverse: alcuni non sanno né leggere né scrivere, altri hanno appena abbozzato l'alfabeto, altri ancora devono rafforzare la comprensione della lettura. Sono felice di incontrarmi con loro intorno ad un tavolo, vedo le facce sorprese, gli occhi attenti che brillano di curiosità e di soddisfazione per i risultati che via via ottengono! Sono contenta di trovarmi qui con questa gente che già mi parla con la propria vita e con questi bambini che si entusiasmano ad ogni proposta di istruzione o di gioco.
Improvvisamente mi sento mancare le forze: malaria? Debolezza dovuta ad un clima ancora nuovo per me? Mi sento proprio male, la febbre sale, i dolori alla schiena aumentano: bisogna ricorrere ad un medico, che dichiara trattarsi di malaria. Dopo alcuni giorni di trattamento con il chinino mi accorgo che le dita della mano sinistra non si muovono più; il medico propone una rapida visita neurologica. Dove andare? Gli specialisti a Gondola non ci sono, bisogna correre a Beira. Si decide per il trasferimento, ma intanto il mio corpo non risponde più: anche la mano destra, le braccia e le gambe non si muovono più. In ventiquattro ore sono tetraplegica. A Beira sono visitata da due medici del CUAMM, che diagnosticano la malattia: sindrome di Guillain-Barrè. Sono consapevole che si tratta di una malattia grave. Chi mi curerà ora? Ritornare in Italia? Cercare una clinica adeguata in Africa? Bisogna comunque fare presto, perché la malattia non prenda anche gli organi vitali. Mentre l'equipe medica si consulta, sento risuonare in me le parole di madre Giovanna: "Batti da forte la via oscura, se vuoi trovare la luce". Cerco di essere forte e di collaborare perché tutto si realizzi nel migliore dei modi. Si intrecciano telefonate dall'Italia e da Joannesburg, dove si sta trattando per il mio ricovero in una clinica per le prime cure.
E' il 20 giugno: a poco più di quattro mesi dal mio arrivo in Africa, mi ritrovo in partenza per Joannesburg: alle ore 18 è previsto un volo con un'ambulanza aerea. Nonostante la gravità della situazione, la mancanza di carburante fa sì che si parta cinque ore dopo... E' un'attesa infinita, sono tempi africani! Finalmente sono a Joannesburg, in piena notte, il cielo è trapuntato di stelle, ne catturo una come compagna di esperienza... E' forse la luce necessaria per superare questa prova?
Arrivo in clinica, dove ricevo cure immediate per bloccare il procedere della malattia. Mi fido degli interventi medici: sono certa che la mano di Dio conduce tutto, anche ciò che per me è oscuro e incomprensibile. La lingua stessa è un ostacolo: mi è difficile dialogare con il personale della clinica in quanto si parla solo inglese. Farmi capire è un'impresa: il linguaggio verbale manca perché non so la lingua e quello gestuale è completamente assente. Anche piangere diventa un problema: chi mi asciuga le lacrime? Il tempo passa e i medici si dichiarano titubanti nel lasciarmi partire, le mie condizioni di salute non garantiscono un lungo viaggio in aereo. Dall'Italia arrivano notizie su come madre Samuela sta organizzando l'impossibile per il mio rientro, mettendosi in contatto anche con il Ministero degli Esteri.
Sono tanti i segni di speranza che si manifestano: c'è chi mi fa visita dal consolato italiano, chi mi assicura ben organizzato il viaggio di rientro..., ma la forza più grande è quella di sapere che "mezzo mondo" prega per me! Sono in una botte di ferro, perché percepisco la presenza del mio Dio che mi dà speranza, forza e pazienza.
15 luglio: è il giorno della partenza. Sono felice di tornare in patria. Lì potrò finalmente spiegarmi e sentirmi capita. L'imbarco è quanto mai atteso: da una settimana di ipotetico ricovero a 25 giorni infiniti. Finalmente sono in terra vicentina. Il quadro clinico è chiaro, non servono ulteriori approfondimenti e con rapidità si delinea un percorso riabilitativo. Dal primo incontro con la fisioterapista comprendo che la mia è una ginnastica speciale, in quanto devo essere aiutata a muovere le varie parti del corpo. Per ben cinque mesi, nonostante il mio impegno, non ci sono miglioramenti. Sono ancora bloccata in tutte le articolazioni, pertanto l'equipe medica mi propone degli ausili speciali (la carrozzina elettrica) per godere di una minima autonomia, visto che all'orizzonte non si profila un facile recupero. Calo in un profondo silenzio di fronte a questa proposta. Mi assale un nodo alla gola, prendo fiato e dico: "A me sembra che il tempo sia ancora poco per dire se migliorerò, vedo anch'io che ancora non muovo un dito, ma sento molta energia che vibra all'interno delle braccia e delle gambe, è una forza che si dovrà sprigionare prima o poi... ci vorrà tempo... ma questo avverrà di sicuro".
Noto sguardi perplessi e colmi di domande. Veramente è un "monte alto da salire", ma nulla è impossibile al Dio della vita. Dialogo anche con lo psicologo del reparto, che mi dice quanto sia facile cadere nella depressione nel decorso di questa malattia. Consapevole di ciò, faccio forza a me stessa e mi impongo di vivere con serenità. Accolgo come dono ogni giorno, cerco di vivere la ricchezza del presente, mi intrattengo con gli ammalati del reparto che non sperano più, sento che anch'io posso essere un anello di quella catena misteriosa che porta speranza, fede e serenità.
La grinta aumenta: non sono sola a vivere questa battaglia, molti volti amici lottano con me.
Nel mese di dicembre sento che qualcosa cambia: le braccia accennano ad un minimo movimento e anche le gambe sono più leggere...
![]() Suor Annarosa al deambulatore Mi impegno più che mai negli esercizi che mi vengono proposti, tanto che mi sembra di non essere mai stanca. La forza di volontà, la costanza e la serenità mi aiutano a constatare visibilmente i progressi. Mi viene proposto un corso in piscina, che accolgo con gioia, pensando di acquisire ulteriore forza. E che forza!!! Come scendo in acqua inizio a camminare da sola... non credo ai miei occhi: ma sono proprio io? Chi mi regge? Sono sbalordita. La fisioterapista mi assicura che sono proprio le mie gambe a muoversi da sole. Grande emozione! Le lacrime si aggiungono all'acqua della piscina. Esclamo con convinzione: "Camminerò anche fuori dall'acqua!" Da questo momento si intensificano le motivazioni, tanto che nei mesi successivi vedo maturare da una settimana all'altra nuovi movimenti, che mi portano ad essere sempre più autonoma.
Ecco, ti ho disegnato sul palmo delle mie mani, dice il profeta Isaia. In queste mani speciali non potrò mai sentirmi sola, nessuno mi potrà far cadere... sono al sicuro.
Sono parole che plasmano la mia vita, che danno luce a quelle zone d'ombra che ancora si annidano nei momenti di incertezza riguardo alla mia ripresa totale.
E' un anno di malattia. Tempo prezioso, quasi un'opportunità per vedere la vita dalla parte di chi non ha speranza. Tempo prezioso anche per considerare quante cose si danno per scontate nella vita.
Quante volte ho ringraziato Dio per il dono delle mie mani? Per l'indipendenza nell'eseguire qualsiasi cosa? Per la possibilità di andare con le mie gambe dove voglio e quando voglio? Capisco che tutto è dono, un dono così speciale che talora ci dimentichiamo di ringraziare e di lodare... perché tutto è grazia! Sì, anche una malattia può diventare grazia.
Vorrei gridare la bontà di Dio che passa attraverso le tante persone che si prendono cura di me, ed estenderla anche in terra africana, dove sogno di poter correre ancora con le mie gambe e riabbracciare la gente il cui volto tengo gelosamente scolpito nel mio cuore.
Sr. Annarosa
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