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Antónia
Bubaque, 5 marzo 2007
Che il più delle volte l'africano non abbia voce in capitolo, purtroppo, è una realtà di fatto.
Dal mio piccolo osservatorio atlantico non posso che confermare. A queste latitudini, l'idealismo e l'impegno per un mondo più giusto si scontrano quotidianamente con una realtà in cui prevale la legge del più forte, in cui la rassegnazione (Djitu ka ten! - dicono - Non c'è niente da fare) spegne ogni tentativo di rivalsa e di miglioramento, in cui si compiono ingiustizie grandi e piccole senza che nessuno abbia il coraggio di protestare. Tanta, troppa gente, qui nelle Bijagós - vuoi per via dell'isolamento, vuoi per il diffuso analfabetismo - non rivendica i più elementari diritti... e a volte nemmeno sa di averli.
In queste isole dimenticate dal mondo c'è però chi di voce ne ha ancora meno...
Basti pensare ai disabili, un mondo sommerso e parallelo che, qui come in molti altri Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, passa del tutto inosservato. Durante i primi tempi a Bubaque mi chiedevo addirittura se ci fossero - e dove fossero - gli handicappati fisici e mentali. Fatta eccezione per un paio di ragazzi in carrozzella, un cieco e pochi altri, per la strada non avevo mai incontrato un invalido.
Poi, a poco a poco, ho capito. E (soprattutto) ho visto.
Nella società bijagó la discriminazione a cui è soggetto il portatore di handicap non è evidente, ma non per questo è meno reale: lo storpio, il paralitico, lo schizofrenico vivono in famiglia ed apparentemente non vengono emarginati, ma fatta eccezione per un piatto di riso, nessuno si prende cura di loro e provvede ai loro bisogni. In un Paese in cui la previdenza sociale è ancora un miraggio per il 95% della popolazione, è facile immaginare la situazione di abbandono di questi malati fisici e mentali.
In tutto l'Arcipelago (più di 30.000 abitanti) non esiste nemmeno una piccola struttura per l'assistenza ai bisognosi, e se i missionari non si facessero carico dei casi davvero disperati, queste persone sarebbero veramente abbandonate a sé stesse.
![]() Antónia Basti vedere Adelino, che pur essendo ancora giovane non trova il modo di sbarcare il lunario, costretto com'è su di una vecchia sedia a rotelle.
Con quella gamba atrofizzata, Rosa fa una fatica incredibile a raggiungere la scuola, appoggiandosi ad un grosso bastone di legno. Eppure non ho mai visto nessuno, tra i pochi privilegiati che a Bubaque hanno una macchina, fermarsi per darle un passaggio. Potrei raccontare di quel ragazzo che - rimasto paralizzato dopo un volo di 7 metri da una palma - si trascina per terra strisciando come un verme, o del piccolo Sana, così serio per la sua età, che ogni giorno prende per mano il padre cieco e lo accompagna a Messa... La lista potrebbe allungarsi a dismisura. A Bubaque i disabili sono davvero tanti. Quando poi si tratta di bambini, il cuore si stringe ancor di più.
Antónia la conosco bene perché abita a pochi metri da casa mia. Tra noi il feeling è nato spontaneo e immediato: ogni volta che mi vede arrivare, mi corre incontro felice e mi salta al collo, fatto insolito per una bambina che ha fama di essere timida.
E forse per il fatto di vederla così fragile e indifesa, anch'io mi sono subito affezionata a lei, al punto che confesso di avere un debole nei suoi confronti!
Quando era piccola, una malaria curata male le ha danneggiato l'udito in modo grave e permanente. Adesso Antónia di anni ne ha sette e per lei sarebbe tempo di andare a scuola. Ma... cosa potrà mai imparare una bambina sordomuta, bisognosa di attenzioni speciali, in una classe di 30-40 alunni, dove lo stesso insegnante il più delle volte non si cura dei suoi studenti?
A forza di riflettere, è così sorta in me l'idea di insegnarle personalmente a leggere e a scrivere, organizzando per lei una specie di doposcuola casalingo nelle ore in cui non lavoro. Si tratta però più di un volenteroso tentativo che di un servizio competente, perché in tema di insegnamento a disabili confesso la mia totale inesperienza.
Il linguaggio dei segni a Bubaque è pressoché inutile, dal momento che nessuno lo conosce. E se a livello di scrittura posso sperare di ottenere qualche risultato, non ho proprio idea di come fare a valutare i progressi di Antónia nella lettura!
Alla ricerca di qualche dritta, durante l'ultima trasferta a Bissau sono andata a visitare l'unica scuola che (con metodi antidiluviani) si occupa dell'educazione dei piccoli portatori di handicap. Ho così scoperto che in Guinea non esistono strutture pensate per facilitare l'inserimento nella società dei bambini diversamente abili, e che l'istruzione - che a parole dovrebbe essere un sacrosanto diritto universale - è un bene a cui non tutti hanno accesso.
Eppure basta guardare Antónia per rendersi conto dei mille talenti posseduti dai bambini audiolesi, stimolati dalla propria condizione a sviluppare abilità differenti e complementari. E mi chiedo se a Bubaque vedrò mai sorgere una scuola dove i bambini come Antónia possano imparare a leggere e a scrivere con dignità, seduti a fianco dei loro compagni "normali".
Daniela
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